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Accertamento fiscale annullato: il Fisco deve provare le sue contestazioni

Quando l’Agenzia delle Entrate contesta al contribuente somme non dichiarate, non basta richiamare in modo generico “incongruenze bancarie” o movimenti sospetti sui conti correnti. Serve una prova concreta e dettagliata.

Lo ha stabilito la Corte di Giustizia Tributaria di Catania con una sentenza del 17 settembre 2025, che ha annullato un avviso di accertamento relativo all’anno 2018. L’Ufficio aveva contestato al contribuente un reddito non dichiarato, basandosi solo sui flussi bancari e senza indicare con precisione i movimenti contestati.

Il giudice ha rilevato che l’accertamento era carente di motivazione e privo di prova documentale. Al contrario, il contribuente ha dimostrato che quelle somme derivavano in parte da una vincita al Superenalotto (già tassata alla fonte) e in parte da investimenti finanziari anch’essi soggetti a ritenuta.

La Corte ha quindi accolto il ricorso, annullando l’atto e condannando l’Agenzia delle Entrate al pagamento delle spese legali per oltre 6.000 euro.

Perché è importante questa decisione

L’Amministrazione finanziaria ha l’onere della prova: deve dimostrare con chiarezza e documenti l’esistenza di redditi nascosti.

Non si possono emettere accertamenti basati solo su presunzioni o automatismi informatici.

Il contribuente ha il diritto di conoscere in modo preciso quali movimenti bancari vengono contestati e perché.

Chi subisce un accertamento simile può far valere la nullità dell’atto se manca la motivazione analitica.

👉 Questa sentenza rappresenta un precedente importante per tutti i contribuenti: difendersi contro il Fisco è possibile, soprattutto quando le contestazioni non sono fondate su prove reali.

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