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Crisi di un’impresa di import–export: come ristrutturare i debiti fiscali e bancari con la composizione negoziata senza fermare l’attività

Le imprese che operano nel settore dell’import–export sono oggi tra le più esposte al rischio di crisi finanziaria. L’aumento dei costi di approvvigionamento dall’estero, le oscillazioni dei cambi, l’anticipo dell’IVA in dogana, i tempi di incasso dilatati sui mercati internazionali e l’incremento dei costi logistici e assicurativi hanno inciso in modo diretto sulla liquidità delle PMI che operano nel commercio internazionale. In questo contesto, anche aziende operative e con portafoglio clienti attivo possono accumulare rapidamente debiti fiscali, contributivi e bancari, fino a trovarsi in una situazione di tensione finanziaria strutturale, che, se non governata, può degenerare in insolvenza.

In un caso concreto di impresa operante nell’import–export di beni strumentali e prodotti destinati al mercato europeo, l’accesso alla composizione negoziata della crisi ha consentito di intercettare la difficoltà prima che sfociasse in una liquidazione giudiziale. La crisi non era legata a una perdita strutturale di competitività, ma a uno squilibrio finanziario generato da ritardi negli incassi esteri, aumento del capitale circolante necessario per sostenere le importazioni e accumulo progressivo di debiti verso l’Erario (in particolare IVA, ritenute e contributi), aggravati da interessi e sanzioni. In simili contesti, l’imprenditore si trova spesso “schiacciato” tra l’esigenza di continuare a finanziare gli acquisti dall’estero e l’impossibilità di far fronte tempestivamente ai debiti fiscali, con il rischio di blocchi operativi e azioni esecutive.

Attraverso la composizione negoziata, è stato possibile avviare un confronto strutturato con i principali creditori, pubblici e privati, preservando la continuità delle relazioni commerciali con fornitori esteri e clienti. Un passaggio decisivo è rappresentato dalla transazione fiscale ex art. 23, comma 2-bis, CCII, che consente di proporre all’Agenzia delle Entrate e all’Agente della Riscossione un pagamento parziale e rateizzato dei debiti tributari e contributivi, purché tale soluzione risulti più conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria. Nel settore import–export, questo strumento è particolarmente rilevante, perché consente di liberare risorse finanziarie da destinare al capitale circolante, evitando che l’impresa venga paralizzata dal peso dei debiti fiscali pregressi.

La costruzione della proposta transattiva si fonda su un piano di risanamento credibile, che tenga conto delle specificità del commercio internazionale: rotazione delle scorte, tempi di pagamento dei clienti esteri, esposizione al rischio cambio, fabbisogno di liquidità per l’IVA all’importazione e per i dazi. Attraverso proiezioni finanziarie prudenti e realistiche, è possibile dimostrare che la continuità aziendale consente all’Erario un recupero del credito più elevato e più rapido rispetto a quanto avverrebbe in una procedura liquidatoria, nella quale la dispersione del valore e la difficoltà di realizzo dei beni aziendali ridurrebbero sensibilmente le possibilità di soddisfazione del credito pubblico.

Nel caso di imprese di import–export, la comparazione con l’alternativa liquidatoria assume un peso decisivo: i beni aziendali (magazzino, contratti in corso, rapporti con fornitori esteri, autorizzazioni e certificazioni) perdono gran parte del loro valore in caso di cessazione dell’attività, mentre la prosecuzione dell’impresa consente di mantenere flussi di cassa in grado di alimentare il pagamento dei debiti ristrutturati. La composizione negoziata permette di valorizzare questo profilo, dimostrando che la continuità è funzionale non solo alla sopravvivenza dell’impresa, ma anche all’interesse del Fisco e degli altri creditori.

L’esperienza concreta dimostra che la gestione della crisi di un’impresa di import–export non può essere affidata a interventi improvvisati o meramente dilatori. Occorre un approccio strutturato, che integri competenze legali, economico-finanziarie e di negoziazione con i creditori, tenendo conto delle peculiarità del commercio internazionale. La composizione negoziata della crisi, se correttamente attivata e supportata da una transazione fiscale ben costruita, consente di salvare l’azienda, preservare i rapporti commerciali con l’estero e ristrutturare in modo sostenibile il debito fiscale e bancario, evitando la distruzione di valore tipica delle procedure liquidatorie.

In definitiva, per le imprese che operano nell’import–export, la crisi non deve necessariamente tradursi in fallimento o liquidazione: gli strumenti del Codice della crisi permettono oggi di trasformare una fase di squilibrio finanziario in un percorso di risanamento controllato, a condizione che l’intervento sia tempestivo, professionale e fondato su dati reali e verificabili.

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